Bullismo: quali cause?


Analizziamo i contesti nel quale i ragazzi sono inseriti e dai quali sono influenzati per capire quanto possano incidere sul manifestarsi di comportamenti da bullo.

 

Contesto familiare

La famiglia rappresenta l’istituzione sociale a cui viene demandato il compito di insegnare ai propri figli i principi e le norme indispensabili per vivere con gli altri. Trasmettere regole e limiti significa fornire ai propri figli schemi che li aiutino ad affrontare al meglio gli impegni della vita.

Il bambino che vive in una famiglia in cui regnano un’educazione coercitiva, violenza e sopraffazione ha più probabilità di interiorizzare schemi di comportamento disadattivi, si sentirà quindi autorizzato ad utilizzare gli stessi modelli di comportamento nelle relazioni al di fuori della famiglia. Al contrario, se la famiglia presenta uno stile educativo permissivo e tollerante, il bambino sarà incapace di porre adeguati limiti al proprio comportamento.

Alcuni studi hanno, infatti, dimostrato che l’individuo agisce aggressivamente se ha osservato qualcun altro agire in tal modo (un modello), soprattutto se questo altro gode della stima dell’osservatore, ed è riconosciuto come forte e coraggioso.

Mi è apparsa esplicativa, a tal proposito, un’intervista fatta alla madre di un bullo che alla domanda “Come ha reagito quando è stata messa al corrente del comportamento del figlio?” ha risposto “Gliene ho date tante!”.

 

Contesto scolastico

La scuola riveste un importante ruolo per la socializzazione ed ha come obiettivo quello di fornire ai propri alunni, strumenti necessari alla crescita culturale, psicologica e sociale facendogli acquisire un senso di responsabilità e autostima. Affinché tutto ciò possa realizzarsi, è indispensabile che gli insegnanti siano vigili per evitare il verificarsi di esperienze negative.

 

Società

Come afferma Olweus, i ragazzi che opprimono e quelli che subiscono sono il frutto di una società che tollera la sopraffazione. Il bullismo è quindi figlio di un contesto culturale più ampio, in cui si persegue un modello di forza e potere, in cui vige la distinzione dell’umanità tra vincenti e perdenti. I mass media, televisione, cinema, videogiochi, ci presentano modelli di violenza giovanile come espressione di forza e vitalità, risolutrice di conflitti e depurata da ogni segno di sofferenza o conseguenza per le vittime.

Inoltre viviamo in una società dominata dalla cultura dell’immagine, che, a mio parere, ha ingigantito lo sviluppo del cyberbullismo. Tutti vogliono apparire, vogliono essere protagonisti. Basta un cellulare e una connessione ad  internet e il gioco è fatto. In un attimo puoi essere al centro dell’attenzione di milioni di persone, ricevere i loro consensi e commenti. Ovunque tu sia, tutto quello che fai può andare in scena finché ci sarà una platea disposta a riprenderti e ad assecondare la tua violenza.

 

Gruppo dei pari

Il bullismo è un fenomeno di gruppo, il bullo non agisce da solo: vi sono i compagni che svolgono un ruolo di rinforzo (riprendono addirittura la sua performance con il cellulare!) altri formano il pubblico che incita e sostiene, altri ancora appaiono disinteressati e non si oppongono a quello che sta accadendo di fronte ai loro occhi (questa è una forma di consenso indiretto).

In tale contesto di gruppo interviene un fattore che è la diminuzione del senso di responsabilità individuale: il senso di responsabilità personale nei confronti dell’azione negativa è minore se si partecipa in tanti. Bandura ha elaborato i meccanismi di disimpegno morale, cioè le strategie cognitive con cui i ragazzi giustificano le loro aggressioni che possono strutturarsi, stabilizzarsi e quindi diventare un modello per il soggetto, che in qualche maniera lo svincolano da regole e norme. Una tra le forme di disimpegno morale molto frequente e diffusa è la colpevolizzazione della vittima rispetto al comportamento violento che è stato esercitato nei suoi confronti (“Mi ha provocato, quindi se lo è meritato”).

 


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L'autore - Barbara Figuera



Sono la dottoressa Barbara Figuera, pedagogista laureata presso l'Università degli Studi di Catania con laurea triennale in Scienze della Formazione e laurea specialistica in Scienze Pedagogiche. Ho conseguito un corso di perfezionamento in "Tecniche comportamentali per bambini con disturbi autistici ed evolutivi globali" e un corso di specializzazione in "Coordinamento pedagogico dei servizi educativi per l'infanzia". Ho ampliato la mia formazione con altri corsi di formazione inerenti il campo della progettazione educativa e della gestione delle risorse umane.

Barbara Figuera ha pubblicato 13 articoli su GocceDiPsicologia


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