Grasso è bello…. o pericoloso? Obesità infantile: Prima parte


Ad ogni mamma piace stringere tra le braccia un bambino paffutello e tutte si sentono orgogliose quando il pediatra dice loro che il bimbo ha preso peso, perché l’aumento di peso viene generalmente associato alla crescita e alla salute.

Agli adulti può risultare difficile accorgersi di quando i “rotolini di ciccia” passino dall’essere una caratteristica tenera del bambino al diventare un rischio per la sua salute.

I casi di obesità infantile stanno aumentando notevolmente anche in Italia, dove ne soffre un bambino su quattro.

L’obesità è una condizione medica causata da un’assunzione eccessiva di calorie rispetto a quante se ne consumano, per un periodo di bilancio energetico. In questa condizione si viene a formare un eccesso di tessuto adiposo in grado di indurre un aumento significativo di rischi per la salute (malattie cardiovascolari, pressione alta, diabete, ipercolesterolemia).

Per calcolare se un adulto è in sovrappeso è stato ideato il BMI, Indice di Massa Corporea = peso in Kg diviso l’altezza in metri, al quadrato. La diagnosi di obesità in età infantile è però più complessa: si definisce obeso un bambino il cui peso supera del 20% quello ideale; in sovrappeso se lo supera del 10-20%, oppure quando il suo BMI è maggiore del previsto.

Questa valutazione deve essere ovviamente condotta da un medico, possibilmente pediatra o nutrizionista: sconsiglio vivamente ad ogni genitore di cercare di fare “un calcolo ad occhio” rischiando di prendere lucciole per lanterne.

Per un bambino obeso il rischio di diventare un adulto obeso varia tra 2 e 6,5 volte in più rispetto ai bambini non obesi.

 

Principali fattori di rischio

L’obesità infantile non è causata da un unico fattore, bensì possono esserci diverse cause associate tra loro.

  • Fattori organici e genetici

Benché non sia l’unica causa, l’ereditarietà ha un peso notevole sulla trasmissione dell’obesità e questo è stato dimostrato dagli studi condotti riguardo la familiarità.

Un’indagine realizzata dall’ISTAT nel 2000 dimostra che circa il 25% dei bambini ed adolescenti in sovrappeso ha un genitore obeso o in sovrappeso, mentre la percentuale dei bambini sale a circa il 34% quando sono obesi o in sovrappeso entrambi i genitori.

Fattori più propriamente di natura genetica sono l’ipotiroidismo o alterazioni surrenali.

  • Fattori Psicologici

In tutte le culture e le religioni il cibo ha un valore simbolico molto complesso poiché quando la madre nutre il piccolo non gli sta solo fornendo solo latte, cioè un materiale concreto, ma anche supporto, calore, odore, cura, contatto visivo che soddisfa i suoi bisogni primordiali. L’allattamento, e più tardi i momenti di condivisione dei pasti, diventano per la madre e il bambino un modo comunicare, di entrare in relazione.

Ci sono però casi in cui la madre sente di essere inadeguata al suo ruolo, incapace di supporto e sopportare la crescita e dunque l’autonomia del proprio bambino. In queste circostanze la nutrizione acquista un grande valore emotivo e diventa per la madre il mezzo per esprimere il proprio affetto al figlio. Dall’altra parte il bambino, i cui bisogni affettivi insoddisfatti a causa delle carenze materne, reagiscono con una domanda crescente di cibo, che rappresenta per lui conforto. Questo spiegherebbe come mai i bambino obesi sono tanto restii ad aderire ad un controllo alimentare: per loro rappresenterebbe una grave perdita di sostituti compensatori e di regolatori dell’ansia.

Oltre alle carenze affettive, su cui ci siamo soffermati, altri fattori possono favorire l’insorgere e il persistere dell’obesità, alterando profondamente l’equilibrio emotivo: tra quelli di maggiore impatto possiamo citare traumi emotivi e il disadattamento sociale.

  • Fattori socio-ambientali

Rientra in questa categoria la sedentarietà: al giorno d’oggi i bambini fanno poche attività fisiche sia a scuola che fuori da essa. A scuola si prediligono attività che tengono i bambini seduti al loro banco, per quasi tutta la durata della giornata (parliamo quindi dalle 5 alle 8 ore al giorno).

I pomeriggi trascorrono spesso davanti alla televisione piuttosto che impegnati in qualche sport (solo il 50% dei bambini pratica regolarmente uno sport). Questa tendenza che ormai ha preso il sopravvento dipende da varie cause: la mancanza di strutture adeguate nelle città dove far giocare in sicurezza i bambini e la riduzione del tempo libero da parte dei genitori per portare i figli a praticare sport. Inoltre la televisione è oggi divenuto anche strumento di gioco grazie alla diffusione dei videogiochi (in cui paradossalmente spesso si riproducono gli sport).

Altro fattore socio-ambientale di impatto è l’alimentazione: gli adulti si preoccupano molto quando il bambino mangia poco ma raramente quando mangia troppo. Se è vero che una dieta insufficiente può portare a deficit di vario tipo (proteine, calcio, ferro, vitamine ed altri nutrienti essenziali alla crescita), di contro, un introito calorico eccessivo determina dapprima un sovrappeso del bambino e poi, nella maggioranza dei casi, una manifesta obesità.

Lo stile di vita incentrato sul lavoro e sulla frenesia ha portato a notevoli cambiamenti nello stile alimentare: sono sempre più frequenti i pasti fuori casa, composti soprattutto da snack poco sani. Questo è vero anche per i bambini, che spesso assumono molte merendine o pasti surgelati.

Le Linee Guida per una sana alimentazione italiana hanno evidenziato gli errori più comuni nei ragazzi:

  • prima colazione scarsa o assente

  • spuntini assenti o a base di alimenti a ridotto valore nutritivo

  • consumo scarso o nullo di verdure e frutta

  • eccessivo consumo di salumi, cioccolata, barrette, patatine fritte, caramelle e altri dolci confezionati, bevande gassate e zuccherate

  • spazio eccessivo al fast food all’americana, ricco di alimenti ad elevato contenuto in calorie, grassi saturi, sale e zuccheri semplici e poveri in fibra e vitamine.

 
 


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L'autore - Michela Paccamiccio



Michela Paccamiccio. Psicologa dell'età evolutiva. Specializzanda presso l'Istituto di Terapia Relazione Integrata. Laureata presso l'Università di Roma "La Sapienza"; in seguito alla laurea ha lavorato per alcuni anni come collaboratrice di cattedra, in questo periodo ha pubblicato il suo lavoro di tesi, riadattato, nell'articolo: "Incidenti e alcol: i giovani non sanno o non vogliono sapere? di Paccamiccio M., Carbone P., Casini E. (2012), in Sistema salute. La rivista di educazione sanitaria e promozione della salute, 56 (3), 406-415. Ha conseguito un Master in Psicodiagnostica presso il Centro di Alta Formazione Cenaf.

Michela Paccamiccio ha pubblicato 9 articoli su GocceDiPsicologia


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