Il bullismo, prevaricazione o solitudine?


Il bullismo, ossia l’uso della prepotenza (sia fisica che psicologica) nei confronti di soggetti ritenuti più deboli e agita in ambiente prevalentemente scolastico, attraversa varie ipotesi interpretative, tutte valide se si adotta l’idea che sia necessario integrarle tra loro per fare chiarezza sul fenomeno.

Molti studi hanno messo in rilievo il peso dello stile educativo genitoriale, sia esso coercitivo che permissivo, come causa di comportamenti disadattivi. Altri hanno posto l’accento sulla dinamica della classe come responsabile di atteggiamenti antidemocratici.

Gli studi condotti nell’ambito dello stile educativo genitoriale hanno evidenziato che, se la famiglia presenta uno stile educativo permissivo e tollerante, il bambino diventa incapace di porre adeguati limiti al proprio comportamento e ciò può creare le condizioni per lo sviluppo di condotte aggressive. Se, al contrario, tale rapporto si associa ad un’educazione coercitiva, nella quale il rispetto delle regole familiari viene garantito ricorrendo a punizioni fisiche o a violente esplosioni emotive, il bambino si sente autorizzato ad utilizzare gli stessi criteri comportamentali anche nelle relazioni extrafamiliari (Olweus, 1993). Questo conferma quanto era stato evidenziato da alcuni studi sull’aggressività condotti in Italia negli anni ’70-’80 da Bonino e Saglione, secondo i quali il problema dell’aggressività umana rimanda ai sistemi di valori che l’individuo assorbe nel contesto familiare e che diventano il suo modello di vita. Se intendiamo la classe come proiezione della società attuale, possiamo osservare la frantumazione di quelli che in passato erano considerati solidi punti di riferimento in ambito sociale, politico e culturale, così perfettamente descritta da Bauman come “vita liquida”, ossia “una vita precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza.” Secondo l’antropologo francese Louis Dumont, nelle società umane ci sono due tipi di ordine sociale: quello basato sulla gerarchia e quello basato sul conflitto. A partire dal ’68, in Italia l’ordine gerarchico si è progressivamente indebolito, ridefinendo così i ruoli che detenevano il potere (insegnanti e genitori) e facendo emergere la necessità di gestire relazioni nelle quali la conflittualità incalzante richiedeva sempre maggiori competenze. In passato, la disciplina prevedeva immediate sanzioni verso chi agiva in modo violento e il ruolo dell’insegnante (o del genitore) non era messo in discussione. Oggi, lo spaesamento esistenziale diffuso tra gli adulti, ha portato alla sostituzione della rete comunitaria con l’ideologia individualista; questa ha prodotto carenze dal punto di vista relazionale ed emotivo. In una sorta di onnipotenza infantile, gli adulti si aspettano felicità gratuita, benessere e soddisfazione immediati, assoluti, pieni e continui. Ecco perché i bambini giocano ‘nel piccolo’ quello che vedono e assorbono nel mondo degli adulti e, poco allenati a gestire l’emotività, a riconoscere le proprie ed altrui emozioni, utilizzano varie forme di aggressività per colmare i vuoti. La Family Environment Scale (Scala di percezione dell’ambiente famliare) è una della dieci scale che Moos, Insel e Humphrey hanno messo a punto nel 1974 per valutare il clima, l’ambiente e le relazioni familiari. Somministrata agli studenti in età preadolescenziale e adolescenziale, è risultata un ottimo strumento self-report per sondare il contesto di vita e avviare interventi. Sul piano dei contenuti, occorre che la scuola rivolga l’attenzione ai cambiamenti socioculturali e modifichi l’impronta educativa (a questo proposito, consiglio “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” di Edgar Morin); occorre che affronti le crescenti difficoltà delle famiglie ad occuparsi dei figli (a tal fine è indispensabile favorire la positiva interazione tra le diverse agenzie educative presenti sul territorio e la famiglia. È necessario, pertanto, incrementare le opportunità di formazione rivolte agli adulti, favorire lo sviluppo di competenze educative e relazionali da parte della famiglia, sviluppando il suo ruolo di soggetto sociale attivo sul territorio e collaborando alla realizzazione di una vera e propria comunità educante), le difficoltà di comunicazione in contesti multiculturali e una tecnologia che spinge all’evasione e alla fuga dalla realtà (ad esempio Internet, i social network, ecc.). L’educazione alla gestione dei conflitti si inserisce a pieno titolo tra gli strumenti elaborati negli ultimi decenni e a disposizione degli operatori per l’educazione socio-affettiva, che, come tutte le metodologie attive e partecipative (l’educazione tra pari, l’educazione alle life-skills, ecc.), richiede personale adeguatamente formato e sostegno istituzionale. Nel concreto, gli interventi possono essere così riassunti:

- Acquisizione di consapevolezza da parte degli alunni dell’esistenza di atteggiamenti prevaricatori e il coinvolgimento di tutta la classe quale parte integrante (gli “spettatori”) del conflitto;

- Percorso di responsabilizzazione e coinvolgimento nella risoluzione del problema;

- Creazione gruppi misti (studenti più preparati e studenti meno preparati) per elevare il livello di tutti gli alunni e agevolare la collaborazione;

- Percorso di costruzione di una cultura della solidarietà;

- Creazione/visione di video education (cortometraggi, cartoni animati) sul tema del bullismo che coinvolgano anche altre scuole e laboratori teatrali (segnalo il progetto scolastico Scuolasbroc promosso dalla provincia di Prato nell’ambito della macroiniziativa “No bulls be friend”. Il programma, la cui restituzione è avvenuta nel maggio 2015, ha previsto performance teatrali e percorsi educativi su aspetti psicologici, relazionali e giuridici del bullismo, nonché sull’uso consapevole dei social network).


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L'autore - Carlo De Rossi



Carlo De Rossi (Torino, 1972). Educatore professionale con esperienze di progettazione e coordinamento. Consulente in psicologia della scrittura, redattore editoriale e conduttore teatrale attivo in progetti laboratoriali per disabili e adolescenti. Autore dei testi e regista della compagnia teatrale torinese ‘I Mattoni’ (psichiatria) dal 1999 al 2007. Finalista XXVI edizione del Premio Calvino per scrittori esordienti con il romanzo “Il Ventre della Regina” (Edizioni Joker, 2014). Ha pubblicato il manuale "Il Tarocco motivazionale - manuale per l'uso dei tarocchi nel coaching" (Miriagono Edizioni 2013, Pathos Edizioni 2018), la raccolta di pensieri “Diar’Io” (Pathos Edizioni, 2017) e il romanzo “Mortaio” (Pathos Edizioni, 2018). Scrive testi per brani musicali e articoli on line.

Carlo De Rossi ha pubblicato 18 articoli su GocceDiPsicologia


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