Il lavoro (su di sé) nobilita l’uomo


Se il lavoro nobilita l’uomo, il lavoro su di sé – affermazione particolarmente abusata in questo periodo storico – lo è altrettanto (se non di più).

Per fare un lavoro su di sé, occorre, una volta chiarito cosa si intende per “lavoro”, avere gli strumenti giusti (cognitivamente parlando), le capacità di astrazione, una certa predisposizione a ‘mettersi in gioco’ (mi scuso per il cliché) e una buona cultura pedagogica.  Lavorare su di sé significa soprattutto fatica, revisione, resistenza alle frustrazioni e analisi delle contraddizioni, ristrutturazione emotiva e ricerca di nuovi equilibri. 

L’affermazione ‘cambiare se stessi, inoltre, presta il fianco ad una serie interminabile di domande, centrate prevalentemente sulle convinzioni.  Prendiamo le critiche, spesso definite ‘costruttive’. I giudizi o le interpretazioni, andando a toccare l’amor proprio, mettono sulla difensiva chi li riceve e non permettono un’analisi serena di ciò che la persona dice di sé al mondo, siano gesti o parole. Ci si chiude a riccio o si reagisce attaccando. E’ una questione di autotutela e di autostima, anche se la reazione, quando aggressiva, potrebbe nascondere vulnerabilità o narcisismo (inteso in senso non patologico). Chi più, chi meno, è narcisista.

Crepet dice che i narcisisti sono sempre esistiti ma, finché non sono comparsi i selfie, avevano poche occasioni di far bella mostra di sé. Grazie ai Social (o a causa dei Social), si è amplificato il bisogno di apparire. Perché 1.4 miliardi di persone sentono il bisogno irrefrenabile di condividere con il resto del mondo i propri pensieri, le proprie immagini, la propria vita? E, una volta condivise, c’è autentica interazione?  In questo universo digitale, l’Io diviso (Laing   sostiene che la schizofrenia non è solo di un disturbo psichico, ma il prodotto del nostro tempo)  trova un rifugio ottimale nella rete, continuando a scindersi nel rapporto con se stesso e nel rapporto con gli altri.

L’immagine che costruiamo a beneficio del prossimo, in molti casi ‘vincente’, non può contenere  le contraddizioni, le fragilità, i dubbi (e se le contiene, resta una richiesta di attenzione estemporanea). L’identificazione con quell’immagine positiva, ci tiene lontani dal lavoro interiore.  L’aumentata sicurezza personale garantita dal virtuale, poi, preclude l’assunzione di responsabilità o il ripensamento (fagocitato dalla velocità con cui si comunica, a scapito della riflessione).

E’ possibile, attraverso un’educazione al Web, autoeducarsi e lavorare su di sé? E’ una domanda che mi sono posto come fruitore di relazioni virtuali e come frequentatore ‘fisico’ del prossimo, oltre che come educatore. La contaminazione che ho avvertito, come se le dinamiche sociali della rete avessero permeato e condizionato quelle reali, mi ha spinto ad una riflessione in merito.  Sono partito ad analizzare le convinzioni, molto probabilmente legate all’analfabetismo funzionale. A tracciare l’identikit dell’analfabeta funzionale italiano (l’analfabetismo funzionale – si legge su Wikipedia – è l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana) sono raccolte nell’articolo “I low skilled in Italia”, studio dell’ Osservatorio Isfol nato per indagare quella nutrita parte della popolazione italiana che ha mostrato di possedere bassissime competenze (tra l’altro, l’Italia è uno dei paesi europei in cui si legge meno).

La disaffezione alla cultura e all’istruzione è uno degli ostacoli alla conoscenza di sé. L’attaccamento alle proprie convinzioni, ritenendo superfluo l’apprendimento e la formazione intellettuale,  impedisce  la loro rielaborazione. In una conferenza del 1981, tre settimane prima della sua morte, il filosofo Emanuel Samek Lodovici stimolò una riflessione sull’educarsi all’intelligenza. Secondo Samek, ci sono delle regole, tredici per la precisione. Eccone un’ estrema sintesi utile, a mio avviso, per iniziare a compiere il tanto celebrato ‘lavoro su di sé’. L’intelligenza, dice Samek, non è un dono ma un dovere ed è nostro compito essere intelligenti e comportarci come tali (“noi non siamo non intelligenti quando sbagliamo, ma siamo intelligenti quando rettifichiamo,” dice); la conoscenza di poche parole è un dramma perché alimenta  la convinzione che il mondo corrisponda a quelle poche parole. Se non hai parole, non hai mondo. Se non hai linguaggio, non hai comprensione del mondo.

E’ necessario avere uno stile perché significa avere una propria forma, un carattere proprio, un proprio profilo (e non si riferiva a quello di Facebook!). Il nostro destino si gioca sul qui e ora e le fantasie vanno controllate (intese come evasione dalle responsabilità). Dobbiamo essere ricercatori della verità, non esseri che restano in superficie e si accontentano di qualche pagina di giornale (oggi Samek direbbe ‘di qualche sito internet’) e, soprattutto, esser capaci di stare da soli per fare i conti con noi stessi senza prenderci troppo sul serio (Samek parla di educazione all’autoironia).

Bisogna far caso alle sofferenze che possiamo infliggere al prossimo prestando attenzione alle azioni e alle parole. Se l’intelligenza ci fa perdere di vista la bontà, la gentilezza e l’allegria, si è solo intelligenti stupidi e, citando le sue parole: «solo gli uomini intelligenti sanno trovare l’intelligenza negli altri». Se si dà tutto per scontato, diseducando la capacità di meravigliarci, difficilmente si è intelligenti. La contemplazione della morte, infine, considerata una maestra di vita, è un ottimo esercizio per allenare l’intelligenza.

Questa ‘bussola’, per quanto non esaustiva, può sicuramente orientarci nella ristrutturazione di noi stessi, anche quando il nostro Avatar percorre la rete. E anche quando pensiamo di essere intelligenti. 


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L'autore - Carlo De Rossi



Carlo De Rossi (Torino, 1972). Educatore professionale con esperienze di progettazione e coordinamento. Consulente in psicologia della scrittura, redattore editoriale e conduttore teatrale attivo in progetti laboratoriali per disabili e adolescenti. Autore dei testi e regista della compagnia teatrale torinese ‘I Mattoni’ (psichiatria) dal 1999 al 2007. Finalista XXVI edizione del Premio Calvino per scrittori esordienti con il romanzo “Il Ventre della Regina” (Edizioni Joker, 2014). Ha pubblicato il manuale "Il Tarocco motivazionale - manuale per l'uso dei tarocchi nel coaching" (Miriagono Edizioni 2013, Pathos Edizioni 2018), la raccolta di pensieri “Diar’Io” (Pathos Edizioni, 2017) e il romanzo “Mortaio” (Pathos Edizioni, 2018). Scrive testi per brani musicali e articoli on line.

Carlo De Rossi ha pubblicato 18 articoli su GocceDiPsicologia


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