Il mondo virtuale della rete, manipolazione e contagio emotivo


Sulla piattaforma on-line che ha il nostro volto e i nostri dati, il cervello naviga, registra, si perde. E’ un’isola, o meglio una simulazione di un’isola, adagiata sulla superficie di un mare apparentemente calmo. L’isola ricorda per noi, modifica la struttura neuronale della nostra materia grigia, solletica il narcisismo, amplifica la solitudine illudendoci del contrario,  ci controlla, manipola il nostro pensiero, ci seduce. Siamo prigionieri di uno stato, di un profilo.

Nel magazzino in cui abbiamo stipato una quantità invidiabile di amici, possiamo dire di conoscerne davvero pochi. E’ figlio del nostro tempo, il virtuale. Ci convinciamo che l’anima gemella sia nascosta tra i contatti, le richieste di amicizia, o pronta ad essere cliccata su siti specializzati. La realtà non è solo rappresentata ma creata ad arte, a beneficio della conformità sociale. Le persone sgradite sono tenute a debita distanza, lasciando così intatto l’equilibrio della rete, mentre quelle più popolari sono libere di influenzare buona parte della comunità digitale, bilanciando l’intera rete di connessioni e giudizi. Proliferano gli ‘opinion leaders’, a patto che si rinunci al conflitto e al confronto, visto che il mondo della comunicazione virtuale non necessita di abilità sociali.

Secondo il modello delle dinamiche relazionali transitive, l’uniformità delle opinioni garantisce equilibrio, accettazione.  Questo perché non amiamo le ostilità, non amiamo essere indesiderati o marginali. Vogliamo riconoscimento, apprezzamento, soprattutto perché non ci interessa la relazione ma la permanenza nella nostra zona di comfort, nel nostro onanismo digitale che esclude l’alterità.

Un esperimento effettuato nel 2012 ha coinvolto settecento utenti di un famoso social network, cavie a loro insaputa. Gli sperimentatori hanno inviato post con messaggi positivi e post con messaggi di rabbia, noia e tristezza per verificare l’esistenza di un “contagio emotivo” e se questo potesse essere trasferito attraverso la rete. Ebbene, ciò che questi utenti scrivevano nei loro post era influenzato dal tipo di input che avevano ricevuto. Più ottimisti erano i messaggi dopo il contagio di contentezza e gioiosità, più aggressivi o malinconici gli altri.

Tra il 2010 e il 2011, analizzando il comportamento sui social network di cinquantamila italiani, si è giunti alla conclusione che l’uso intensivo dei media abbia diminuito il benessere individuale. Delegare al digitale i contatti umani ha aggravato il senso di isolamento.

Sin dai primi anni Ottanta, Sherry Turkle,  una ricercatrice del MIT, ha studiato fenomeni quali la normalizzazione del linguaggio informatico nel quotidiano. Il risultato è che stiamo diventando delle macchine, dei computer, dei dispositivi tecnologici che rispondono alle sollecitazioni attraverso meccanismi di feedback, input/output, codice binario. Gli esseri umani adorano le loro tecnologie di connessione e trattano il prossimo come oggetto a cui “accedere”, ma solo a quelle parti che trovano utili, confortevoli o divertenti, sostiene la ricercatrice.  Il filosofo Martin Heidegger   aveva raggiunto le medesime conclusioni ben prima dell’iPhone e di Facebook, ma la sorpresa è rappresentata dalla passiva accettazione del modo di essere digitale come standard esistenziale. I social network hanno disegnato un’ isola autonoma e falsamente rassicurante nella quale il distacco dalla realtà circostante – spesso sapientemente nascosta dallo tsunami di informazioni e contenuti non verificabili – ha irrimediabilmente compromesso la capacità di discernere il giusto dall’errato. In questo smarrimento d’identità, il condizionamento sociale delle opinioni è presente e vigoroso. Se le persone pensano che le loro idee su un tema saranno apprezzate, sono più disposte a scriverne. Ma anche solo il pensiero che qualcuno dei propri follower e amici possa essere in disaccordo può portare molti all’autocensura. I proprietari dell’isola conoscono benissimo gli abitanti, i loro consumi, i loro bisogni. Sanno come distrarli e sanno come drogarli di tecnologia. Sanno orientarne gusti, stili e pensieri. Li hanno abituati a rapporti istantanei e superficiali.

Ma, come tutti i Grandi Fratelli, hanno i loro punti deboli. La disattivazione, la rinuncia all’homepage sul social preferito. La blackphone box adottata in un’hamburgeria di Bergamo  (una scatola nera in cui rinchiudere lo smartphone per la durata del pasto), i centri di disintossicazione da Internet (il primo è stato aperto nel 2013 in Pennsylvania), le applicazioni che segnalano il tempo trascorso on line. Nella società della distrazione, però, il problema non è la depressione da like, post o tweet o il panico da mancata connessione. Il problema è legato al bisogno di esistere, di essere visibili, alla costruzione di un’identità.  Appartiene quindi alla sfera evolutiva, non certo virtuale. 


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L'autore - Carlo De Rossi



Carlo De Rossi (Torino, 1972). Educatore professionale con esperienza pluridecennale di Comunità, di territorio, di progettazione/coordinamento e di teatro sociale in psichiatria, con adolescenti e con disabilità motorio-intellettiva. Consulente in psicologia della scrittura e conduttore teatrale attivo in progetti laboratoriali per disabili e adolescenti. Autore dei testi e regista della compagnia teatrale torinese ‘I Mattoni’ (psichiatria) dal 1999 al 2007. Finalista XXVI edizione del Premio Calvino per scrittori esordienti. Nel 2013, Per Mente Aperta Editore, ha pubblicato il manuale "Il Tarocco motivazionale - manuale per l'uso dei tarocchi nel coaching" e, nel 2014, il romanzo "Il Ventre della Regina" (Edizioni Joker).

Carlo De Rossi ha pubblicato 17 articoli su GocceDiPsicologia


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