Quando lo sport diventa patologico: la Sindrome da sport compulsivo


La società occidentale odierna ritiene importante e utile svolgere attività sportiva. Sin da bambini schiere di medici e insegnanti consigliano di praticare uno sport. Le pubblicità in televisione e sulle pagine dei giornali propongono continuamente modelli dal fisico perfetto e in forma smagliante. Ogni anno vengono inoltre costruite nuove palestre, con corsi di fitness adatti ad ogni esigenza.

Non è possibile negare che, se praticato con criterio, lo sport è davvero utile per favorire il benessere fisico e psicologico della persona, in quanto favorisce una crescita armonica del corpo, aiuta a controllare il peso, a prevenire complicazioni cardiovascolari, osteoporosi e ipertensione (Bouchard, Shepard e Stephens, 1993) e a migliorare le proprie competenze relazionali, in particolare con gli sport di squadra.

 

La Sindrome da sport compulsivo

Ma, come accade per molte altre attività, quando si supera un determinato limite c’è il rischio di ottenere l’effetto opposto e così, anche un’attività utile per la nostra salute può con il tempo rivelarsi dannosa. Quando l’allenamento inizia a diventare sempre più frequente, pressante, a occupare la mente della persona per molte ore della giornata e il solo pensiero di non poter fare attività fisica crea forte disagio, agitazione e talvolta frustrazione, probabilmente si è superato il giusto limite. In questi casi si parla di sovrallenamento e, in casi ancora più estremi, di Sindrome da sport compulsivo.

In questi casi l’attività sportiva non viene più vissuta come un passatempo, un modo sano per scaricare le tensioni o per mantenersi in forma, ma diventa un’ossessione, una vera e propria dipendenza.

E proprio come la dipendenza da sostanze o il gioco d’azzardo patologico, anche la dipendenza dallo sport presenta sintomi ben precisi, individuati da recenti studi (Bomber, Cockerill, Rodgers, Carroll, 2003). Si tratta di sintomi legati non solo alla quantità di attività fisica svolta e al tempo dedicatole, ma anche alle conseguenze sulla vita lavorativa, familiare e sociale della persona.

Si va dal funzionamento alterato di alcune aree psicofisiche e comportamentali, quali difficoltà o incapacità di concentrazione sulle attività quotidiane a causa del pensiero ricorrente legato allo sport, al progressivo isolamento dalle relazioni sociali, e a una riduzione dell’impegno sul lavoro.

Il comportamento sportivo diventa inflessibile e stereotipato anche in presenza di affaticamento fisico, vissuto non come segnale d’allarme ma come un limite da superare. In alcuni casi si arriva addirittura allo sviluppo di veri e propri sintomi di astinenza da sport, quali irritabilità, insonnia, ansia generalizzata, tachicardia.

Le persone affette da Sindrome da sport compulsivo spesso preferiscono allenarsi da sole e arrivano a mentire agli altri rispetto alla quantità di esercizi svolti.
In molti casi sono presenti anche disturbi alimentari (anoressia, bulimia) o vari comportamenti di controllo alimentare con diete e assunzione eccessiva di integratori.

Sono questi dei fenomeni estremi che, aiutati dalla cultura occidentale iperfocalizzata sull’apparenza e sulla bellezza fisica, stanno purtroppo diventando sempre più diffusi.

 

Il campanello d’allarme

A differenza dalla dipendenza da nicotina, droghe o alcol, sostanze socialmente non accettate (per la nicotina e l’alcol soprattutto nei casi di abuso) nel caso dello sport compulsivo si diventa dipendenti da una attività considerata positiva e salutare dalla società. Questo rende ancora più difficile per la persona affrontare e superare i disagi e le limitazioni ai quali si va incontro nella vita quotidiana, in quanto spesso non è evidente “cosa c’è che non va”.

Spesso nella mia pratica clinica mi capita di seguire sportivi amatoriali che hanno iniziato a praticare attività fisica per perdere peso, diventare più forti  o mantenersi in forma dopo una dieta, ma che, con il passare del tempo, hanno iniziato a dare sempre maggiore importanza all’allenamento. Così, persone che fino a qualche anno prima svolgevano attività fisica solo saltuariamente, si trovano a sostare varie ore alla settimana in palestra, tra corsi, attrezzi e allenamenti, tralasciando pian piano le relazioni sociali o altri impegni quotidiani.
Come avviene per altre forme di dipendenza e per molti disturbi di origine psicologica, non sempre la persona si rende conto di avere un problema. Diventa quindi molto importante che chi sta loro vicino presti grande attenzione ai cambiamenti nelle abitudini di vita.

 

Ci sono sport più a rischio?

Non tutti gli sport sono uguali. Ne sono stati individuati alcuni che, più di altri, possono favorire lo sviluppo della Sindrome da sport compulsivo. Sono per esempio nuoto, ciclismo, corsa, body building. Ovviamente, sebbene non tutti gli sportivi che praticano queste discipline sviluppano una Sindrome da sport compulsivo, le recenti ricerche hanno evidenziato come le caratteristiche proprie di questi sport associate a personalità particolari portate al perfezionismo o alla ricerca di una buona autostima, facilitino l’insorgere del problema. Si tratta infatti di sport aerobici individuali che richiedono costanza, concentrazione, impegno, fatica e molto esercizio.

 

Prevenire è meglio che curare

La psicologia dello sport insegna che per uno sportivo sono importanti sia gli obiettivi da porsi, sia i limiti, che devono essere tenuti sempre in grande considerazione.

Gli obiettivi devono essere ben calibrati sulla base del livello di allenamento ed essere realistici. Porsi obiettivi troppo difficili da raggiungere è molto rischioso, in quanto può portare facilmente a sentimenti di frustrazione per non essere stati in grado di raggiungere il traguardo previsto. Se è importante allenarsi con costanza, è altrettanto utile andare per gradi, rispettando i tempi e i limiti del proprio corpo. Imparare che quando si è stanchi bisogna riposarsi e che è giusto concedersi del tempo di recupero dopo un allenamento intenso significa conoscersi e rispettarsi.

Spesso, nei casi di sport compulsivo, il primo intervento consiste nella riduzione o nella sospensione (anche solo temporanea) dell’attività fisica. Questo per favorire la ripresa a livello fisico. Contemporaneamente, è importante intervenire anche dal punto di vista psicologico, per capire il modo in cui la persona percepisce se stessa e il proprio corpo, quale significato profondo e quale importanza riveste lo sport per la persona, sia a livello persona, sia a livello sociale. Appare inoltre fondamentale lavorare sulla costruzione di una corretta immagine di sé, imparando a gestire i tempi e rispettare i limi del nostro corpo.

Un buon percorso terapeutico può aiutare anche a realizzare che, per quanto possa essere utile e importante lo sport, la famiglia, le relazioni sociali e il lavoro sono aspetti altrettanto importanti nella nostra vita. E se qualche volta lo sport diventa un modo per scaricare tensioni e stress, si può imparare che anche la ricerca del sostegno delle altre persone può aiutare a vivere meglio e intensamente la propria vita.

Da qualche anno nelle scuole e nelle palestre si stanno promuovendo interventi volti a favorire una maggiore conoscenza di sé, lavorando su temi quali autostima, capacità a relazionarsi con le altre persone, disturbi alimentari, favorendo l’assunzione di comportamenti più salutari, che comprendano anche una sana attività fisica. Questo per imparare, sin da piccoli, a conoscersi meglio e a dare il giusto spazio e la giusta importanza a noi stessi, allo sport e alle relazioni con gli altri.

 

Riferimenti Bibliografici

  • Bomber D., Cockerill I.M., Rodgers S., Carroll D. (2003). “Diagnostic criteria for exercise dependence in women”. British Journal of Sports Medicine, 37, 393-400

  • Bouchard, C., Shepard, R. J., & Stephens, T. (1993). Physical activity, fitness and health consensus statement. Champaign, Illinois: Human Kinetics

  • Ferrari G., Pensati V. (2013). Psicologia e sport. Dal benessere alla compulsione. Milano: Edizioni FerrariSinibaldi


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L'autore - Irene Onnis



Sono psicologa clinica e dell'età evolutiva, specializzata in Psicoterapia Ipnotica presso la Scuola di psicoterapia AMISI di Milano. Lavoro da anni come libera professionista presso i miei studi di Milano e collaboro con varie strutture private della provincia. Mi occupo prevalentemente di problematiche legate ad ansia, attacchi di panico, vulvodinia, fibromialgia, orientamento scolastico e professionale, gestione di traumi e lutti, preparazione al parto con l'ipnosi. Utilizzo varie tecniche: colloquio clinico, ipnosi, tecniche di rilassamento, Training Autogeno, EMDR per l'elaborazione di eventi traumatici, Immaginazione guidata.

Irene Onnis ha pubblicato 3 articoli su GocceDiPsicologia


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