Siamo tutti matti?


Per quanto riguarda il rapporto tra la società e le malattie mentali, si possono individuare due principali correnti di pensiero, che si distinguono proprio in virtù del fatto che una considera i fatti sociali come le cause dirette malattie mentali, mentre l’altra (Morel) rovescia il rapporto insistendo sugli effetti che le turbe psichiche provocano nella società.

Secondo Bastide (antropologo, insegnante all’Università di S. Paolo del  Brasile e alla Sorbona di Parigi, condirettore del Centro di Psichiatria Sociale di Parigi), la prima ipotesi affonda le sue radici nella sociologia, cioè nel pensiero di Comte, nella metà dell’800. Quando Auguste Comte denuncia i medici, i quali non sono altro, egli dice, che i veterinari del corpo umano, mentre l’uomo è allo stesso tempo un essere biologico e un essere sociale, egli getta le basi della psichiatria sociale. E con Durkheim si evidenzia l’idea che ogni malato di mente è un essere umano che non si adatta al suo ambiente e che la malattia mentale è un elemento di squilibrio sociale. Il primo problema che Bastide si propone di affrontare è quello di individuare il metodo più adeguato per una sociologia delle malattie mentali. Bastide attenua molto il metodo statistico, richiamando l’attenzione sulla sostanziale differenza tra la semplice descrizione delle malattie mentali e la spiegazione di ‘come’ esse sorgono e si manifestano, ponendo l’accento sull’importanza delle ‘storie di vita’ nell’indagine socio-antropologica. In una prima fase i sociologi lavorano al di fuori della psichiatria, ma sono portati a scoprire un certo numero di fenomeni che verranno in seguito utilizzati dagli psichiatri.

Nel suo studio sulle relazioni interpersonali in psichiatria (1938), Sullivan concepisce l’individuo come essere sociale al quale la società pone continuamente dei problemi. Dato che le nevrosi derivano soprattutto dai disturbi della sicurezza e poiché la sicurezza dipende dall’accettazione o dal rifiuto dell’ambiente sociale, possiamo definirle come turbe delle relazioni umane. Talcott Parsons (1955) classifica i fenomeni di devianza in base a due dimensioni: conformismo-alienazione, per cui avremo da un lato la fuga dal sociale e dall’altro l’iperconformismo, la rigidezza nell’applicazione delle norme; e passività-attività, ossia l’insensibilità verso le sanzioni e le ricompense che respingono gli individui ai margini della società, fino agli atti di rivolta aperta. Quindi il sistema della personalità non è altro che la traduzione del sistema sociale all’interno del singolo. La sua ipotesi è che il malato sia un “deviante” e il medico uno strumento di “controllo sociale”, per cui i rapporti tra malattia mentale e psichiatria non sarebbero che un aspetto particolare della teoria generale dei rapporti tra devianza e meccanismi di controllo.

Dopo il 1950 nasce un movimento internazionale che definisce la psichiatria una istituzione violenta mascherata e lo psichiatra uno “psico-poliziotto” (definizione di David Cooper) della società capitalistica.  Le voci di questo movimento sono Ronald D. Laing, David Cooper; Erving Goffman e Thomas S. Szasz, che pubblicano le loro opere principali tra il 1959 e il 1961. L’osservazione, dal folle, si è progressivamente spostata al procedere psichiatrico, alla società, e la critica della psichiatria è diventata critica della società stessa. In questo processo hanno partecipato, con gli psichiatri, pensatori che, indipendentemente dalla psichiatria, avevano sviluppato concezioni antisociali (Herbert Marcuse, Michel Foucault, Gregory Bateson). Il riferimento storico è stato, tuttavia, Karl Marx. Per Marx l’alienazione (termine preso da Hegel: essere-fuori-di-sè) è la specificazione del lavoratore obbligato dal sistema capitalistico a non realizzarsi, anzi a perdersi nel lavoro. L’alienazione è l’impossibilità di realizzare la propria umanità. Un significato totalmente diverso dall’alienazione della psichiatria, fino a quando la malattia era confinata tra le “rotture del corpo o del cervello”, ma analogo quando la follia si rivela una metafora dell’oppressione sociale. Secondo Marcuse (L’uomo ad una dimensione, 1964), l’uomo è ridotto a consumatore di merci e il maggior consumo di alcuni è a danno di altri: la ricchezza di certi ceti si attua sulla miseria di altri. Una tale società si proclama liberale ma in realtà è oppressiva e repressiva; accetta l’opposizione, anzi la stimola, ma la controlla in modo che non possa modificare nulla e dia un’apparenza di libertà. Se la patologia mentale si inserisce in una teoria sociologica della devianza, reciprocamente la psicoterapia rientra in una teoria sociologica del controllo sociale, poiché ha la funzione di reintegrare l’alienato nel sistema sociale. Anche i farmaci avrebbero lo scopo di “controllare” i comportamenti antisociali degli psicotici, facendone elementi collaborativi. Tutto il lavoro di Niqué (la psychopharmacologie) dimostra che la farmacologia non agisce tanto chimicamente (o meccanicamente) quanto come psicoterapia, a condizione che lo psichiatra si incarichi di lui come una madre, gratificandolo (va sottolineato che l’importanza del “maternage”, cioè dell’attivazione di sentimenti materni nei confronti del malato, è stata evidenziata anche da P.C. Récamier, da Courchet con la sua socioterapia e da Le Guillant parlando del ruolo degli infermieri). In effetti gli psicofarmaci non sempre hanno successo: 60% di miglioramenti contro un 40% di fallimenti. La terapia farmacologica è valida solo quando permette di facilitare e strutturare il rapporto sociale che si stabilisce tra due individui. J.P. Valabrega definisce la malattia “qualcosa che si svolge fra il malato e il medico”. Una definizione così generale della malattia ci dice che “la pazzia” non esiste, ma è un costrutto che si realizza al termine di un dialogo, anche se lo trascende, in quanto dietro il malato ci sono tutte le rappresentazioni collettive della malattia mentale (sue e del suo ambiente), e dietro al medico i sistemi teorici imparati nei libri e a scuola. Il dialogo terapeutico è quindi un dialogo tra due segmenti della società più che tra due individui. Lacan sottolinea questo aspetto linguistico dimostrando che la malattia mentale non è altro che un processo di comunicazione. Gli studi di Bateson (e della scuola di Palo Alto) indicano che la schizofrenia è un disturbo della possibilità di comunicare che sfocia nel delirio (in fase acuta) e nella dissociazione verbale come espressione della perdita dello strumento privilegiato per comunicare. Dévereux  ha insistito sull’idea che la società si forma su quello che è la follia, imponendola in qualche modo al malato; la follia quindi è “cosa sociale” nel senso durkheimiano del termine, in quanto il malato, per farsi riconoscere come tale, è costretto a conformare il proprio comportamento al comportamento tradizionale che ci si aspetta dal pazzo. Lévi-Strauss, a proposito dello sciamanismo, fa notare che il malato curato dallo sciamano è forse l’aspetto meno importante del sistema, mentre la relazione essenziale è quella tra lo sciamano e il gruppo. Perché non  esiste cura senza il “consenso” collettivo. Lo psichiatra dipende dalla società, che gli fornisce la definizione di malattia mentale, gli impone l’ideale mediante il quale deve trattarlo, gli prescrive i fini da perseguire; il legame che lo unisce al malato non è affatto la cosa più importante. Quello che Lévi-Strauss dice dello sciamano si applica anche allo psichiatra oggi: è il consenso collettivo che definisce l’alienato e la sua guarigione, mentre il folle è l’aspetto meno importante del sistema della follia. Il problema del malato di mente nella società non è solo il problema del malato, ma anche il problema della comunità. Il malato stabilisce un modus vivendi col proprio ambiente, e reciprocamente la società tollera certe forme di eccentricità, imponendo allo psichiatra non tanto la guarigione, quanto la riformulazione dei sintomi “selvaggi” in sintomi accettabili. Il “pazzo” è in certa misura espressione della nostra “cattiva coscienza”, il rappresentante pubblico di quella parte di caos che vogliamo negare a noi stessi. La follia ha quindi una funzione sociale, in un senso analogo a quello che Durkheim dà a questa parola, quando afferma che il delitto ha una funzione sociale: ci permette di liberarci dei terrori che ci minacciano, ributtandoli sugli altri. Se il pazzo porta in sé la condizione umana, l’uomo porta in sé il terreno su cui germoglia la follia.


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L'autore - Carlo De Rossi



Carlo De Rossi (Torino, 1972). Educatore professionale con esperienze di progettazione e coordinamento. Consulente in psicologia della scrittura, redattore editoriale e conduttore teatrale attivo in progetti laboratoriali per disabili e adolescenti. Autore dei testi e regista della compagnia teatrale torinese ‘I Mattoni’ (psichiatria) dal 1999 al 2007. Finalista XXVI edizione del Premio Calvino per scrittori esordienti con il romanzo “Il Ventre della Regina” (Edizioni Joker, 2014). Ha pubblicato il manuale "Il Tarocco motivazionale - manuale per l'uso dei tarocchi nel coaching" (Miriagono Edizioni 2013, Pathos Edizioni 2018), la raccolta di pensieri “Diar’Io” (Pathos Edizioni, 2017) e il romanzo “Mortaio” (Pathos Edizioni, 2018). Scrive testi per brani musicali e articoli on line.

Carlo De Rossi ha pubblicato 18 articoli su GocceDiPsicologia


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