SOLI… INSIEME AGLI ALTRI


La solitudine è sottovalutata. “STARE SOLI” non vuol dire “ESSERE SOLI”.

Ci si estranea per vari motivi: perché è una brutta giornata, un brutto periodo o per non dover parlare con qualcuno che possa fare domande, in quel momento, non gradite. Ad esempio: io ho sempre giudicato chi utilizzava il cellulare a tavola e intendiamoci, tutt’ora mi dà fastidio. Ma poi ragionandoci penso che ci sono momenti in cui una persona non vuole parlare, non vuole far sapere agli altri i propri sentimenti, le proprie emozioni. E quel piccolo marchingegno di cui a volte abusiamo, può essere uno spiraglio di tranquillità. Ormai sapete che parlo sempre di me in prima persona perciò confesso che nonostante il mio carattere espansivo, faccio davvero fatica a comunicare i miei stati d’animo o quello che mi frulla nella testa, ecco che allora in quei momenti il telefono diventa un’ancora di salvezza.

Tornando però al discorso principale, mi viene da dire che a volte però questo modo di fare può essere un problema, sia con le altre persone in generale sia con i propri figli. Sul primo punto è chiaro: chi vede una persona stare “sulle sue” non sempre approfondisce il motivo, e la diretta interessata passa per noiosa, pesante o pessimista; e diciamocelo: chi invece chiede ed approfondisce può passare per impiccione o seccante. Quindi come si fa, si sbaglia. Il secondo punto è quello che mi interessa di più: ci sono genitori che, in quanto essere umani, hanno delle brutte giornate e l’unica cosa che vogliono è quell’attimo di tranquillità sul divano a sentire le ultime novità di amici e conoscenti, per “buttare via la testa” (come si dice). Ovviamente è assolutamente lecito, ma questo crea nei bambini un’ansia e un’aggressività inconscia: loro aspettano alla sera per raccontare ai genitori la giornata o per avere attenzioni e l’idea che il cellulare glieli porti via è davvero inconcepibile. E quindi fanno capricci, urlano e quant’altro. Bisognerebbe imparare a dire “ok, sei arrabbiato, è una cosa importante quella che vuoi dirmi. Aspetta che arrivo” mettere via, quindi, il telefono e andare da loro. Insomma, verbalizzare la loro emozione può essere di grande aiuto, perché nella loro testa passa l’idea che “allora non c’è bisogno che io urli, posso dire solo Mamma Ascoltami” (ma questo è un altro argomento ancora, che tratteremo più avanti).

Quando non ci comportiamo in questo modo, anche il bambino vive una tipologia di solitudine: quella che gli viene imposta da un atteggiamento errato.

Secondo il mio modo di vedere, quindi, esistono vari tipi di solitudine:

- Quella interiore: si sta bene quando si sta da soli e in silenzio, quando ci si sente liberi di pensare a tutto senza bisogno di dirlo ad alta voce;

- Quella esteriore: si è fisicamente in mezzo alla gente ma in realtà ci si estranea con musica nelle cuffie, telefono, Tablet; come se urlassimo “non parlatemi, sto bene così”;

- Quella imposta: che vivono soprattutto i bambini, loro in determinati momenti vogliono, necessitano e pretendono la presenza fisica e mentale dei genitori (che a volte sono stanchi o distratti);

- Quella paranoica-pessimista: si pensa di non contare niente per nessuno e ci si chiude; neanche i piccoli gesti delle persone sono sufficienti a dimostrare che in realtà lì fuori, per noi, c’è qualcuno;

- Quella teatrale: non si vuole realmente stare in questa situazione ma è l’unico modo per attirare l’attenzione, aspettando o a volte pretendendo un segno o un gesto da altre persone per poterne uscire (anche se di fatto era tutta una farsa);

- Quella depressiva: in questo tipo di solitudine, nel quale anche le forze vengono meno, non si vuole parlare o fare qualcosa che comporti il minimo sforzo (può essere un campanello di allarme per qualcosa di molto più grave);

- Quella coraggiosa: (personalmente, la mia preferita) sentirsi soli e comunque fare finta di niente, continuare a ridere, scherzare e dare l’impressione al mondo che vada tutto bene è la cosa più coraggiosa e più difficile che esista. Perché così facendo, chi non ha abbastanza sensibilità o chi non ci conosce molto bene, non si accorge del malessere che cova sotto, e non chiede nulla, dando per scontato tante cose o traendo conclusioni, alcune delle quali (molto spesso) completamente errate.

Chi segue i miei articoli sa che sono solita concluderli con delle citazioni che racchiudono un po’ il mio pensiero principale; questa volta non sono riuscita a deciderne una tra quelle che ho trovato, quindi ve le elenco… starà a Voi decidere quale vi si addice di più!

“La solitudine è sofferenza maledetta non quando si è soli, ma quando si ha il sentimento di contar niente per nessuno.” (Enzo Bianchi)

“Ogni solitudine contiene tutte le solitudini vissute.” (Stefano Benni)

“Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli.” (Arthur Schopenhauer)

“Bisogna essere molto forti per amare la solitudine.” (Pier Paolo Pasolini)


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L'autore - Consuelo Di Nanni



Dott.ssa Consuelo Di Nanni (Varese, 1984). Educatrice. Applicatore Metodo Feuerstein (riconosciuto dall’ICELP di Gerusalemme). Assistente alla comunicazione per disabili sensoriali. Esperta nei processi dell’apprendimento (presenza nell’Albo dei Professionisti formati da Erickson). Terapista A.B.A. Applicatore Base di Stimolazione Basale. Sta frequentando un corso di alta formazione professionale in Psicomotricità Neurofunzionale. Gestisce una pagina facebook “Azione & Comunicazione” interamente dedicata a disabilità, bambini e sensibilizzazioni varie ed un'altra professionale dal nome "Dott.ssa Consuelo Di Nanni". Ha la passione per la scrittura: nel 2012 si è classificata 2° al concorso nazionale “Io Esisto, III ed.” organizzato dall’U.I.L.D.M di Ottaviano (NA) e nel 2013 un’altra poesia sul tema dell’anoressia è stata scelta per entrare a far parte dell’VIII antologia della “Fondazione Mario Luzi” di Roma.

Consuelo Di Nanni ha pubblicato 10 articoli su GocceDiPsicologia